Psicoterapia e cura farmacologica

Psicoterapia e cura farmacologica: un sodalizio possibile?


Annosa è ormai la diatriba tra i professionisti nell’ambito della salute mentale rispetto alle tipologie di trattamento. In particolare, sono stati sempre contrastanti i pareri tra chi è favorevole ad un approccio combinato tra un percorso di psicoterapia e lo specifico trattamento farmacologico, e chi invece, difende l’efficacia dell’uno o dell’altro. Dalle evidenze empiriche e dalle nuove scuole e metodologie di cura, c’è sempre di più la tendenza ad adottare un approccio meno assolutistico in grado di integrare diverse strategie di terapia. Esistono diversi tipi di trattamento: sequenziale, in cui l’ intervento farmacologico precede quello terapeutico e l’approccio integrato, in cui i due tipi di cura procedono di pari passo ed il paziente è parte attiva del processo (Tangolo, Zazo, 2005). L’ultimo tipo di trattamento citato tende a superare i pregiudizi tra terapeuti e psichiatri; i primi potrebbero vedere il farmaco come una fallimento rispetto alle loro competenze terapeutiche, mentre gli psichiatri, nella psicoterapia, un passaggio che tende a prolungare il recupero del paziente. L’approccio integrato mira invece a pensare al paziente come un soggetto attivo nella cura che riflette e agisce nel suo percorso insieme alle due figure di riferimento, psichiatra e psicoterapeuta. A tal proposito, Tangolo e Zazo (2005), affermano che una corretta prescrizione medica favorisce autonomia di vita e di relazione, parallelamente, la corretta prescrizione di farmaci, accompagnata alla psicoterapia, diminuisce la possibilità di incorrere in una dipendenza farmacologica. Inoltre il supporto terapeutico, unito ai farmaci, diminuisce la possibilità di interrompere l’assunzione stessa del farmaco; tale fenomeno appare piuttosto ricorrente in quegli utenti che esprimono la loro resistenza al cambiamento (Tangolo, Zazo, 2005).

Dalla mia esperienza maturata nella pratica clinica posso affermare che l’efficacia del trattamento integrato o sequenziale dipende dallo stato del disagio con cui si presenta il paziente. Se quest’ultimo arriva dallo specialista con sintomi rilevanti e persistenti nel tempo nonché peggiorativi della propria qualità di vita (insonnia, apatia, sentimenti depressivi, sindrome da ansia generalizzata etc.), l’approccio che risulta più idoneo è quello sequenziale, con la somministrazione dapprima del farmaco, per attenuare i sintomi, e successivamente della psicoterapia in cui si “somministra” il terapeuta stesso. Quando il paziente richiede una consulenza prima dell’acuirsi della patologia, presentando un disagio più “contenuto”, accompagnato da una forte motivazione, da buone caratteristiche di personalità e dalla consapevolezza del proprio disagio (insight), l’approccio integrato tra farmaco e terapia risulta sicuramente il più efficace. A prescindere dai casi l’utilizzo di farmaci uniti alla psicoterapia, facilita e accelera il processo di remissione sintomatologica, permettendo una più rapida riduzione del dosaggio del farmaco fino, in alcuni casi, alla sua completa sospensione; l’utente può così trovare nella relazione terapeutica la guarigione stessa.

Al contrario, una cura basata esclusivamente sul farmaco, porta ad una sorta di “illusione di guarigione” in quanto la somministrazione farmacologica riduce il sintomo ma, in molti casi, non la sua stessa causa. Ad esempio, se somministrassimo una cura esclusivamente farmacologica ad un paziente che presenta attacchi di panico subentranti, nel momento in cui viene diminuito il farmaco, il soggetto potrebbe ricadere nella sintomatologia, non riflettendo e lavorando sul significato stesso di quel sintomo; passaggio che può attuare invece con la relazione terapeutica. Anche secondo la numerosa letteratura presente in materia l’approccio integrato risulta il più efficace, a tal proposito Sim et al. (2015) analizzando gli studi effettuati su questa tematica, affermano che nel trattamento di forme maggiori di disordini depressivi, la terapia combinata di farmaci e psicoterapia, ha un impatto migliore rispetto a cure in cui è previsto solo il trattamento farmacologico. Inoltre il trattamento integrato risulta particolarmente efficace anche per soggetti che presentano forti dipendenze, ad esempio secondo uno studio condotto da Batra et al. (2015), il trattamento psicoterapeutico insieme al supporto farmacologico aumentano del 30% le possibilità che il paziente smetta di fumare.

Tuttavia è importante anche considerare che tipo di disturbi si vanno a trattare in quanto la cura integrata potrebbe essere, seppur efficace, meno incisiva in alcune patologie o situazioni. Tale principio trova conferma anche in studi nati Oltreoceano come quello ad esempio di Nemeroff et al. (2003). I ricercatori hanno condotto uno studio su 681 pazienti con una forma cronica di depressione maggiore, suddivisi in tre gruppi sperimentali: un gruppo è stato trattato con un antidepressivo (nefazodone), un gruppo è stato trattato esclusivamente con la psicoterapia, mentre il terzo gruppo dalla combinazione di entrambi. Dai risultati emerge che la cura con il farmaco e la psicoterapia hanno entrambi meno efficacia rispetto al trattamento integrato. Eccezion fatta per i pazienti che avevano subito un trauma infantile (morte prematura di un genitore, abusi etc.) in cui il solo approccio terapeutico ha avuto effetti più importanti rispetto a quello esclusivamente farmacologico, mentre, la cura combinata, sembra aver avuto un’efficacia di poco superiore alla psicoterapia. Secondo alcuni studi di Karasu (1982), i farmaci hanno maggiore influenza sulla riduzione del sintomo e sull’ aspetto affettivo, mentre la psicoterapia risulta avere maggiore efficacia nel trattamento di aspetti legati alla relazione o all’adattamento sociale. In conclusione si può affermare che nella cura dei disturbi psichiatrici più diffusi (spettro ansioso, depressivo, alimentare, relazionale e comportamentale), la cura integrata è sicuramente la più efficace, in quanto la psicoterapia permette di introdurre e far accettare il farmaco al paziente superando le resistenze. Al contempo, il farmaco ben prescritto aumenta l’efficacia stessa della terapia e della relazione. Occorre certamente che il medico psichiatra sviluppi la consapevolezza dell’importanza di un continuo aggiornamento clinico-scientifico, così da creare un reale database di quei principi attivi, che se somministrati in una determinata fase del processo psicoterapeutico, aumentano l’efficacia dello snodo di crescita interna del paziente stesso. Ovviamente la cura scelta non dovrebbe essere trattata al pari di un dogma, bensì andrebbe adattata al tipo di disturbo e al paziente, rendendolo partecipe e padrone del proprio personale processo di guarigione.